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Dalla Newsletter del Marzo 2011 |
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L'HENNÈ NERO - INDIGOFERA TINCTORIA SPECIES
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L'Indigòfera
tinctòria è una pianta subarbustiva perenne alta circa 1-1,5 metri, appartenente
alla famiglia delle Leguminosae (sinonimo di Fabaceae e di Papilionaceae); il
genere Indigofera annovera circa 300 specie tropicali, che crescono in entrambi
gli emisferi della terra.
Il termine Indigofera, che fu attribuito da Linneo nel 1753, deriva dal latino
indìgo=ìndaco e fero=porto, che significa "produco indaco", nome che evidenzia
le proprietà tintòrie della pianta, dalla quale si estraeva il famoso "Indaco
dei tintori", un colorante vegetale utilizzato un tempo per tingere tessuti come
lana, seta, cotone, lino, juta; esso era usato anche come medicina, come cosmetico,
e per produrre i colori utilizzati nelle tecniche pittoriche.
L'Indaco si può estrarre da numerose piante del genere Indigofera: oltre all'Indigofera
tinctoria, infatti, anche le specie I. sumatrana e I. anil delle Indie Orientali,
I. arrecta del Natal, I. secundiflora del Guatemala, hanno identiche proprietà
coloranti, ed è per questo che spesso, sull'etichetta di un prodotto in polvere
a base di Indigofera, si trova anche la parola "species": per indicare che è una
miscela delle varie specie del genere Indigofera, dalle quali si ricavava l'Indaco
(o Indigotina, o Indigo).
Oltre che da piante del genere Indigofera, l'Indaco si può estrarre anche dall'Isatis
tinctoria (Guado), pianta appartenente alla famiglia delle Cruciferae, che era
utilizzata in Europa per ottenere il colorante blu, prima che Marco Polo importasse
dall'Oriente la ricetta per tingere i tessuti con la polvere ricavata dall'Indigofera
tinctoria, che dava risultati migliori.
In effetti in Europa i primi cenni sulle proprietà dell'Indigofera tinctoria risalgono
proprio a Marco Polo, che ne parla nel suo libro Il Milione.
L'Indigofera
non contiene il pigmento colorante Indaco, ma il suo precursore Indacàno che,
tramite un processo biologico di fermentazione batterica, subisce diverse trasformazioni
chimiche che generano l'Indossìle, una sostanza che per ossidazione spontanea
con l'ossigeno dell'aria si trasforma nel prezioso Indaco.
L'Indaco più pregiato è estratto dalle piante fresche, raccolte all'inizio della
fioritura, quando maggiore è la concentrazione del principio colorante, ponendole
a macerare nell'acqua con aggiunta di acqua di calce o ammoniaca. Qui avviene
la fermentazione che trasforma l'Indacàno contenuto nelle foglie: si forma una
soluzione giallo-verde, che a contatto con l'ossigeno dell'aria vira gradualmente
fino a diventare il blu-violetto tipico del color Indaco.
Dall'evaporazione della soluzione si ottiene un deposito melmoso che è riscaldato
per bloccarne la fermentazione e da cui, per evaporazione dell'acqua, si ottiene
l'Indaco in polvere che è commercializzato in pani.
La tintura di un tessuto con l'Indaco è un fenomeno abbastanza curioso: appena
il filato è tolto dal bagno, appare di colore giallastro, quindi, attraverso l'ossigenazione
e l'ossidazione all'aria, prima vira verso il verde, e infine diventa il tipico
color indaco, che corrisponde nello spettro solare ad uno dei colori dell'iride
che si possono ammirare anche nell'arcobaleno, intermedio fra l'azzurro e il violetto.
In estremo oriente l'Indaco naturale era noto già da 4000 anni, ed era utilizzato
particolarmente in India: è probabile perciò che l'etimologia del termine Indaco
derivi proprio dalla sua origine indiana, dal greco antico Indikon e dal latino
Indicum = dell'India, da cui deriva anche l'Inglese Indìgo.
L'Indaco ebbe un ruolo rilevante nell'economia dell'India: questa materia tintoria,
un tempo fondamentale per la sua eccellente qualità e per la mancanza di alternative,
fu esportata per centinaia di anni in tutto il mondo. Dall'oriente, l'uso dell'Indaco
si diffuse in Egitto, dove sono state ritrovate mummie risalenti a circa 2000
anni a.C., avvolte con bende colorate con l'Indaco. Successivamente, la conoscenza
di questa pianta tintòria si diffuse anche in Grecia, e quindi in Italia, dove
dopo il 1500 era usata in particolare per tingere le pregiate stoffe fiorentine.
Oggi
l'uso dell'Indaco come pianta tintoria per i tessuti è molto frequente presso
gli Arabi: i Tuareg, una popolazione nordafricana che vive nomade nel Sahara,
utilizza ancora tradizionalmente l'Indaco per tingere la tunica, il turbante che
avvolge il capo, e il velo detto Tagelmust che cela il viso, come segno di nobiltà
e ricchezza, ma anche per l'effetto raffreddante, utile a chi vive nel deserto,
poiché sembra che i tessuti colorati con Indaco acquisiscano un maggior potere
isolante contro il caldo.
L'uso continuo di indumenti tinti con Indaco fa sì che si trasferisca sulla pelle
parte del colore, lasciando su di essa un alone bluastro, e forse per questo i
Tuareg sono conosciuti anche col nome di "Uomini blu".
Nel 1800 l'Indaco fu utilizzato per tingere una stoffa grezza caratteristica,
molto robusta e resistente, con cui si confezionavano pantaloni da lavoro per
operai e minatori, chiamati "jeans": nessuno allora avrebbe detto che i jeans
sarebbero diventati un intramontabile e diffusissimo capo di abbigliamento che
ha caratterizzato un'epoca, e che ancora oggi è sempre in auge.
All'inizio del XX secolo l'Indaco naturale fu quasi totalmente sostituito, per
tingere le stoffe, da quello prodotto per mezzo di sintesi chimica (Indaco sintetico).
L'Indigofera,
oltre che come colorante per i tessuti, fu utilizzata già da tempi remoti per
tingere i capelli e quest'uso si è protratto fino ai giorni nostri: a questo scopo
si adopera la polvere ottenuta macinando foglie di Indigofera species, impastata
con acqua calda.
Essa è chiamata, seppur erroneamente, Hennè nero (o Rang), poiché conferisce ai
capelli castani e bruni tonalità più scure, quasi nere con riflessi blu, se lo
si applica di frequente.
Per l'utilizzo si segue circa lo stesso
metodo che si adotta per il vero Hennè (Hennè rosso naturale, Lawsonia
inermis), con la differenza che quest'ultimo conferisce ai capelli castani
riflessi ramati piuttosto stabili ai lavaggi (i capelli bianchi e biondo chiaro
diventano invece color carota), mentre l'Indigofera usata pura accentua il colore
bruno della capigliatura con riflessi intensi e scuri, dalla tonalità nero-blu;
questi però con i lavaggi perdono di intensità, fino a essere eliminati completamente.
Sui capelli bianchi, con una sola applicazione di Indigofera, o Hennè nero, poiché
questo termine è ormai entrato nell'uso comune, si ottengono riflessi variabili
dal giallognolo (come avviene nei tessuti), che poi diventa grigio-verdastro,
fino ad un bluastro; applicando l'Hennè nero due volte di seguito si riesce ad
ottenere una colorazione abbastanza scura, che però perderà di intensità con i
lavaggi, per cui anche in questo caso l'applicazione dovrà essere ripetuta con
una certa frequenza.
E' importante miscelare all'impasto di Indigofera un cucchiaino di sale, per favorire
il fissaggio del colore, a differenza dell'Hennè rosso naturale, Lawsonia inermis,
che necessita di un ambiente acido, per cui lo si mescola con limone o aceto,
o anche yogurt se i capelli sono secchi.
Alcuni aggiungono all'Hennè nero anche del bianco d'uovo leggermente sbattuto,
per rendere più omogeneo l'impasto e facilitarne l'applicazione sulla capigliatura.
La "pappetta" così preparata si lascia ossidare circa 15 minuti mescolandola di
tanto in tanto, finché raggiunge un colore violetto, ed allora è pronta per l'applicazione.
Il colore ottenuto sui capelli con l'Hennè nero, dopo il lavaggio e l'asciugatura,
trascorse alcune ore, continua ad ossidarsi all'aria tendendo a scurire ulteriormente,
per cui il risultato definitivo si realizza diverse ore dopo la sua applicazione,
e non immediatamente come avviene con l'Hennè rosso naturale, che si ossida durante
la posa sulla capigliatura stessa.
Se si lascia l'Hennè rosso naturale sui capelli molte ore, un maggior numero di
molecole coloranti si lega alla cheratina contenuta nelle scaglie del fusto del
capello, e in questo modo si ottengono tonalità di colore più evidenti, intense
e stabili. Tenere in posa l'Hennè nero per molte ore non è invece necessario:
in genere bastano 1-2 ore al massimo.
Si
può miscelare l'Hennè nero con Hennè rosso naturale, per mitigare sui capelli
bianchi il riflesso ramato intenso, simile al color carota, che si ottiene col
solo Hennè naturale: la percentuale deve essere del 30-40% di Hennè nero e del
70-60% di Hennè rosso naturale, per ottenere sui capelli bianchi una colorazione
mogano-ramata gradevole, che diventa sempre più omogenea dopo almeno 2-3 applicazioni
di questa composizione. Per mantenere un colore definito e sempre più stabile,
l'uso deve essere regolare, con applicazioni circa ogni 20 giorni. Si può aggiungere
anche Mallo di Noce, per conferire tonalità mogano più calde.
Se la miscela Hennè rosso naturale-Hennè nero, ed eventuale Mallo di Noce, non
si utilizza con regolarità, l'Hennè nero tende a "scaricare" il colore scuro,
lasciando in evidenza sui capelli il rosso acceso dell'Hennè rosso naturale.
Un metodo per tingere di scuro i capelli bianchi consiste nell'effettuare prima
un'applicazione di Hennè nero miscelato con una piccola percentuale di Hennè rosso
naturale (90+10%), e subito dopo applicare il solo Hennè nero, per completare
l'azione di copertura dei capelli bianchi con una tonalità bruna. Anche in questo
caso, la colorazione non è definitiva, ma con i lavaggi il colore bruno scolorisce,
lasciando la base rossiccia, per cui il trattamento deve essere ripetuto abbastanza
spesso.
Oltre a tingerli, l'Hennè nero ha discrete proprietà "curative" su cute e capelli,
poiché le sue molecole formano sulla superficie dei capelli una guaina protettiva
che avvolge e chiude le scaglie della cuticola esterna, rendendoli più corposi
e lucenti, senza però legarsi intimamente alla struttura proteica delle squame
cheratiniche più esterne, come avviene invece con l'Hennè rosso naturale: per
questo l'Indigo è meno resistente ai lavaggi.
Inoltre, ha un'azione antibatterica, sebo-equilibrante e antiforfora, e sembra
che favorisca anche la crescita dei capelli. Parliamo naturalmente di Hennè nero
completamente naturale e di buona qualità, che si può riconoscere dal colore verde
chiaro e dall'odore vegetale fresco e intenso.
Quando si deve utilizzare l'Hennè, sia esso nero o rosso, è consigliabile utilizzare
una ciotola di vetro o di plastica, ed è bene usare guanti protettivi, per evitare
di macchiare la pelle delle mani e le unghie; si possono mettere alcuni giornali
in terra attorno al lavabo e nel lavabo stesso, per evitare di sporcare e macchiare
le piastrelle e la ceramica, se essa dovesse presentare micro-fratture o abrasioni
che, assorbendo il colore, sarebbero evidenziate.
Una volta applicata la "pastella" sui capelli, si avvolge il capo con una cuffia
di plastica, o con pellicola o stagnola, mettendo dei batuffoli di cotone nella
nuca perché assorbano eventuali colature; si devono proteggere le spalle con vecchi
asciugamani, da destinare solo a quest'uso, poiché saranno indelebilmente macchiati.
Riscaldando con l'asciugacapelli, o sotto il casco, il capo, si può favorire "l'attecchimento"
del colore, riducendo i tempi di posa.
L'Hennè nero può essere utilizzato anche per tatuaggi temporanei,
con risultati in verità piuttosto
modesti, poiché il tatuaggio risulterà di un colore bruno-verdastro, anche se
dopo alcune ore per ossidazione scurirà un poco; la sua resistenza al lavaggio
abbastanza scarsa lo farà scolorire in tempi piuttosto brevi.
Dott.ssa Marina Multineddu
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