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Articolo tratto dalla Newsletter del Novembre 2006
FITOTERAPIA: PRECAUZIONI D'USO DELLE PIANTE OFFICINALI
Interferenze tra le piante officinali, interazioni tra piante e farmaci,
controindicazioni in presenza di alcune patologie.
Seconda parte: Arancio, Peperoncino, Boldo, Carciofo, Curcuma, Tarassaco
Proseguiamo il lavoro iniziato
con l'articolo di ottobre: anche questo mese prenderemo in esame alcune
piante officinali, soffermandoci sulle loro eventuali controindicazioni,
e ponendo l'accento sulle precauzioni d'uso per utilizzarle al meglio,
senza incorrere in effetti indesiderati.
Arancio
amaro (Citrus aurantium, var. amara)
Di questa pianta sono utilizzate le foglie, i fiori e la scorza dei
frutti immaturi, detta pericarpo. I fiori contengono un olio essenziale,
detto essenza di Nèroli, largamente impiegato in profumeria, al quale
la tradizione popolare attribuisce proprietà antispasmodiche e sedative.
Le foglie sono utilizzate come aromatizzanti, carminative, diaforetiche
e febbrifughe.
E' però sulla scorza dei frutti immaturi che in questo contesto voglio
soffermare l'attenzione: a questa parte della pianta dell'Arancio
amaro si attribuiscono effetti dimagranti dovuti alla presenza di
una sostanza, la sinefrina, il cui uso ha suscitato un certo allarmismo
per la possibilità che si manifestino effetti collaterali a carico
del sistema cardiovascolare. L'evidenza scientifica mitiga comunque
questo allarmismo, poiché la sinefrina è presente nel Citrus aurantium
var. amara in una forma, la l-sinefrina, farmacologicamente più blanda
della forma d-sinefrina in cui si può presentare questa molecola.
Dall'esame della letteratura sull'argomento, dal 1965 ad oggi, non
sono emersi studi che evidenzino effetti tossici associabili all'uso
di questa pianta, tuttavia si è ritenuto opportuno regolamentare l'uso
del pericarpo dei frutti immaturi dell'Arancio amaro, in particolare
per le preparazioni in compresse, in cui si potrebbe trovare una concentrazione
di sinefrina più alta rispetto all'uso estemporaneo costituito dall'infuso,
dal decotto o dalla tisana che contenga queste scorze, dove la concentrazione
della sinefrina non desta alcuna preoccupazione. Per la maggiore sicurezza
del consumatore quindi i preparati a base di scorze dei frutti immaturi
di Citrus aurantium var. amara, devono riportare le diciture di legge
che invitano alla precauzione in particolari casi, come la gravidanza,
l'allattamento, l'infanzia, e in presenza di cardiovasculopatie e/o
ipertensione, diciture che devono considerarsi comunque eminentemente
precauzionali.
Questo fatto va rimarcato, perché è la dimostrazione che l'uso, se
corretto, delle piante officinali non porta alcun danno, e sottolineo
l'uso corretto, che deve spingere chi decide di affidarsi alla fitoterapia
a scegliere sempre persone preparate, con cultura universitaria, che
possano dare tutti i consigli utili sia sull'uso delle piante officinali,
sia sul dosaggio, e naturalmente sulle eventuali controindicazioni.
Peperoncino
(Capsicum annuum e C. frutescens)
Varie sono le specie di Peperoncino, ma le farmacopee europee riconoscono
come dotati di proprietà officinali solamente il Capsicum annuum e
il Capsicum frutescens. Il Peperoncino contiene una sostanza, la capsaicina,
responsabile del sapore piccante, che ne fa un condimento tanto apprezzato
e ricercato per molte preparazioni culinarie. La concentrazione di
capsaicina è molto bassa nel peperone, che infatti ha un sapore più
dolce, mentre è molto più alta nelle varietà più piccanti.
Il Capsicum è utilizzato come revulsivo nel trattamento dei dolori
articolari, nei geloni, nelle nevralgie; viene anche adoperato per
contrastare la caduta dei capelli in lozioni a bassa concentrazione,
poiché stimola la circolazione sanguigna locale, facilitando l'apporto
di nutrimento alle radici dei capelli.
L'uso esterno non è esente da effetti secondari, poiché un'applicazione
cutanea troppo prolungata o una concentrazione eccessiva di capsaicina
possono provocare reazioni cutanee dolorose con senso di bruciore,
anche molto intenso, talvolta quasi insopportabile.
Per via interna, il Peperoncino è usato come condimento e in questo
caso, se il contenuto di capsaicina è modesto, favorisce le funzioni
digestive, poiché stimola la secrezione gastrica di acido cloridrico,
mentre se è troppo elevato manifesta un'azione inibente sulla secrezione
stessa. L'uso eccessivo quindi può causare perdita di appetito, ma
anche gastrite cronica e gastroenterite. Un dosaggio molto elevato
può risultare tossico, ma esso è difficile da raggiungere nel consumo
abituale, proprio per il sapore piccante della capsaicina, che ne
limita l'uso.
Il colore rosso del peperoncino è dovuto alla presenza di numerosi
pigmenti carotenoidi (capsantina) e a questo proposito va segnalato
che nel 2003 la Francia ha notificato la presenza di un colorante
cancerogeno in peperoncini provenienti dall'India, tanto che la Commissione
dell'Unione Europea ha vietato l'importazione di peperoncini e suoi
derivati, se non accompagnati da un certificato di conformità.
E' bene quindi rivolgersi ad un fornitore di fiducia, sempre che non
ci sia la possibilità di coltivare da sé queste piante, che oltretutto
sono molto ornamentali e crescono bene anche sui balconi.
Boldo
(Pneumus boldus)
Carciofo (Cynara scolymus)
Curcuma (Curcuma domestica)
Tarassaco (Taraxacum officinale)
Ho raggruppato queste specie officinali in questo ambito, poiché le
precauzioni d'uso sono comuni a tutte, e riguardano le proprietà colagoghe
e coleretiche che esplicano a livello del fegato, in quanto fluidificano
la bile e ne aumentano la secrezione.
Questa caratteristica le rende adatte in caso di turbe digestive imputabili
ad una origine epatica, poiché queste piante, oltre a migliorare la
qualità e la quantità di bile prodotta dal fegato, normalizzano anche
le contrazioni della cistifellea, che diventano più armoniche e facilitano
così il flusso verso il duodeno della bile stessa che, vi ricordo,
contribuisce alla digestione dei grassi: essi infatti sono emulsionati
dalla bile in goccioline finissime, meglio aggredite dagli enzimi
digestivi.
Queste piante, oltre ad un'azione disintossicante molto spiccata,
che ne fa ottimi depurativi generali per l'organismo, esercitano anche
una funzione blandamente lassativa, e diuretica e drenante, poiché
stimolano gli organi emuntori, in particolare fegato e reni, che sono
facilitati nel loro lavoro di "spazzini".
Fra
queste piante, il Tarassaco possiede proprietà diuretiche più accentuate,
mentre il Carciofo agisce positivamente sul metabolismo lipidico,
aiutando a ridurre la produzione di colesterolo e di trigliceridi
endogeni, mentre aumenta la loro escrezione.
Quali sono dunque le controindicazioni di queste piante, che sono
invece per molti versi utilissime e salutari? Se somministrate a individui
che presentano calcoli biliari nella cistifellea, può esservi il rischio
di scatenare una colica, se questi calcoli sono posizionati in modo
da ostruire i dotti escretori della bile. La bile infatti sarà prodotta
in quantità più abbondante e più fluida, ma non potrà fluire nei canalicoli
deputati a questo scopo, se essi sono ostruiti da uno o più calcoli:
si manifesteranno forti contrazioni delle vie biliari escretrici,
che cercheranno di scaricare la bile dal serbatoio costituito dalla
cistifellea, la quale, essendo troppo piena, tenderà in tutti i modi
a vuotarsi, scatenando così la colica. E' bene quindi, se si sono
già avuti episodi di coliche biliari, evitare di assumere queste piante.
Diverso
è il caso di chi invece ha la bile densa e la cistifellea parzialmente
riempita da un deposito che è definito fango biliare: in questo caso
assumere queste piante, inizialmente con cautela per arrivare gradualmente
al dosaggio pieno, favorisce la pulizia della cistifellea, migliora
la digestione e, col tempo, si potrebbe anche prevenire la formazione
di calcoli. In questi casi è preferibile iniziare con il Carciofo,
che ha un'azione più delicata che è definita "anfocoleretica", cioè
regolatrice del flusso biliare; in seguito, quando la cistifellea
è già parzialmente svuotata, si può passare ad esempio al Tarassaco,
che ha un'azione più decisa.
Il Boldo può potenziare l'azione dei lassativi antrachinonici (si
veda l'articolo del mese scorso), non va assunto in gravidanza e durante
l'allattamento.
Il
Carciofo è sconsigliato alle donne che allattano, perché sembra che
freni la lattazione (come d'altronde fa anche la Salvia). Come alimento,
il Carciofo, di cui si consumano i capolini, cioè le infiorescenze
(mentre a scopo medicinale si utilizzano le foglie caulinari), va
consumato subito dopo la cottura, perché diversamente si possono formare
sostanze tossiche.
Ricordo che chi ha problemi di ostruzione delle vie biliari deve porre
attenzione anche a non consumare il Curry, che contiene il 28% di
Curcuma.
Il Tarassaco è sconsigliato in caso di gastrite e ulcera, poiché potrebbe
determinare disturbi gastrici da iperacidità; inoltre bisogna evitare
l'assunzione di Tarassaco, o di altre piante diuretiche, se si stanno
già assumendo farmaci diuretici, poiché potrebbe essere possibile
un loro potenziamento indesiderato.
Echinacea
(Echinacea angustifolia, E. pallida, E. purpurea)
L'uso medicinale di queste piante dai bei fiori colorati si deve agli
Indiani del Nord America, che la consideravano estremamente valida
per curare le ferite, e nel trattamento di varie affezioni. Moderni
studi confermano le sue proprietà: per uso interno, come stimolante
delle difese immunitarie nella profilassi e nel trattamento delle
malattie da raffreddamento; per uso esterno, nelle affezioni cutanee
di tipo infiammatorio.
Si ritiene che la sua azione consista nell'aumentare le difese endogene
e, specie per quanto riguarda l'Echinacea purpurea, sia un coadiuvante
nel trattamento delle affezioni delle vie respiratorie, ma anche delle
basse vie urinarie. Vi sono studi clinici che dimostrano che il trattamento
a dosaggi adeguati con l'estratto di pianta fresca di Echinacea species
riduce la durata del disturbo, sia per ciò che concerne la sintomatologia
oggettiva, come l'ingrossamento dei linfonodi, che quelli soggettivi,
come cefalea, lacrimazione, naso gocciolante (rinorrea) eccetera.
Nella pratica clinica si è constatato che è utile iniziare con un
dosaggio di attacco di 50 gocce ogni mezz'ora per tre volte, proseguendo
poi per svariati giorni con 50 gocce 3-4 volte al giorno; successivamente
si riduce ad un dosaggio inferiore di prevenzione fino a 15 giorni,
dosaggio preventivo che è utile ripetere ogni mese, durante il periodo
invernale. Naturalmente è superfluo sottolineare che l'uso di preparati
a base di Echinacea non esclude qualunque eventuale terapia farmacologica
necessaria a giudizio del medico.
L'uso esterno di questa pianta è correlato alla sua capacità antinfiammatoria,
antisettica e decongestionante, oltre che riepitelizzante e cicatrizzante.
E' infatti utilizzata per il trattamento di ulcere, ustioni, dermatiti,
afte. Se ne fa anche un uso cosmetico per pelli secche, arrossate
(couperose), screpolate, rilassate, e nell'acne come dermopurificante
e cicatrizzante.
Ma veniamo alle controindicazioni: le preparazioni ad uso interno
a base delle tre specie di Echinacea sono considerate sicure e ben
tollerate, ai dosaggi consigliati. Il suo utilizzo è però sconsigliato
in caso di malattie autoimmuni progressive, come collagenopatie, sclerosi
multipla, artrite reumatoide, lupus, eccetera, proprio per evitare
di interferire con un sistema immuntario già alterato e compromesso.
Alcuni testi riportano che l'Echinacea è sconsigliata in gravidanza,
ma la Commissione Europea afferma che non vi sono effetti sulla gravidanza,
e alcuni studi clinici lo dimostrerebbero. Non sono disponibili studi
concernenti l'associazione con farmaci.
Per ora ci fermiamo qui, ma proseguiremo nei prossimi mesi, poiché
l'argomento è vastissimo e offre ancora tanti spunti di riflessione.
Dott.ssa Marina Multineddu
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